Storia della crittografia - Cifrari
Cifrari polialfabetici
Alberti - Bellaso - Porta - Vigenere

I cifrari polialfabetici si differenziano dai monoalfabetici in quanto un dato carattere del testo chiaro (p.es. la A) non viene cifrato sempre con lo stesso carattere, ma con caratteri diversi in base ad una qualche regola, in genere legata ad una parola segreta da concordare.

In questo modo la sicurezza del codice dovrebbe aumentare in modo significativo; non è infatti non è più così semplice individuare le lettere del messaggio in base alla loro frequenza caratteristica in ogni lingua. Così per esempio la lettera E molto frequente in tutte le lingue non potrà più essere individuata grazie alla sua frequenza molto elevata.

Lo scrittore Robert Graves attribuisce all'imperatore Augusto un primo codice polialfabetico che precorre la tavola di Vigenere.

Uno dei primi esempi documentati di questo tipo di cifra è il famoso disco cifrante di L.B.Alberti; nei secoli scorsi fu molto usata la tavola di Vigenere, un metodo in verità molto più debole di quello dell'Alberti. Furono usati fino alla II guerra mondiale anche cifrari di Vigenere disordinati.

Altri cifrari polilfabetici furono proposti dal Bellaso e dal Porta.

Pur essendo mediamente più sicuri dei monoalfabetici anche questi cifrari sono attaccabili purchè si disponga di un testo cifrato sufficientemente lungo. Storicamente è famoso il metodo Kasiski che permette di decifrare abbastanza facilmente la tavola di Vigenere.

Rientra tra i cifrari polialfabetici il codice di Vernam che è un Vigenere a chiave lunga come il testo e che secondo Shannon è il codice sicuro per eccellenza.